L'Italo-Americano

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www.italoamericano.org 11 L'Italo-Americano IN ITALIANO | GIOVEDÌ 19 FEBBRAIO 2026 LA VITA ITALIANA TRADIZIONI STORIA CULTURA I n molte città ameri- cane, un secolo fa, il primo luogo in cui i figli degli immigrati italiani si sentivano completamente a loro agio non era la scuola e nemme- no la casa, ma un pezzo di terra aperto tra gli edifici. S p a z i v u o t i , s t r a d e s e m i - asfaltate e piccoli parchi di quartiere diventavano luoghi di ritrovo pomeridiani, dove i r a g a z z i i m p r o v v i s a v a n o basi con pezzi di legno o lat- tine appiattite e discutevano s u l l e r e g o l e a p p r e s e d a i ragazzi più grandi. I loro genitori parlavano dialetti siciliani, campani o liguri, eppure il linguaggio in quei campi era diverso, veloce e pratico, fatto di gesti, grida e comprensione condivisa. In realtà, quello che stavano imparando non era solo un g i o c o : s e n z a r e n d e r s e n e conto, stavano imparando ad appartenere. All'inizio del XX secolo, milioni di nuovi arrivati arri- vavano negli Stati Uniti e le famiglie italiane spesso si s t a b i l i v a n o i n q u a r t i e r i molto uniti, dove la vita quo- tidiana ruotava attorno ai parenti, alla parrocchia e al lavoro. Fuori da quegli isola- ti, tuttavia, le aspettative erano insolite e a volte poco a c c o g l i e n t i , e i b a m b i n i oltrepassavano quel confine p i ù f a c i l m e n t e d i q u a n t o potessero fare gli adulti. Il baseball, che si stava già diffondendo rapidamente nelle città americane, offriva u n a s o r t a d i s c o r c i a t o i a verso il mondo esterno per- ché la partecipazione non richiedeva quasi alcuna pre- parazione: un ragazzo che sapeva prendere una palla al volo o correre sulle basi si trovava rapidamente inclu- so, anche se il suo inglese era esitante. In uno schema così tipico dell'infanzia, l'a- bilità e "l'essere bravo a gio- care" parlavano più chiara- mente dell'accento, e il gioco creava uno spazio in cui le differenze contavano un po' meno. I genitori, tuttavia, non s e m p r e l a v e d e v a n o c o s ì . Nelle famiglie in cui il dena- ro era scarso, molti padri si aspettavano che i figli aiu- tassero con i lavori o le com- missioni dopo la scuola, e passare ore a rincorrere una p a l l a p o t e v a s e m b r a r e tempo sprecato, soprattutto nelle famiglie in cui ogni m o n e t a i n p i ù c o n t a v a . Eppure l'attrazione persiste- va proprio perché il campo si trovava al di fuori della r o u t i n e d e l l a v i t a d e g l i immigrati: su quei diamanti i m p r o v v i s a t i , i b a m b i n i negoziavano amicizie, repu- t a z i o n e e f i d u c i a i n u n a società che i loro genitori stavano ancora cercando di comprendere. Un buon gio- catore veniva riconosciuto a scuola e nel quartiere, e quel r i c o n o s c i m e n t o a v e v a u n peso in un mondo in cui i nomi italiani potevano anco- ra suscitare sospetti o scher- ni. Non tutto fu facile, d'altra parte, nel mondo del base- b a l l p r o f e s s i o n i s t i c o a g l i albori, che rimase, almeno per un po', invischiato negli stessi pregiudizi che caratte- r i z z a v a n o l a s o c i e t à p i ù ampia, come dimostra l'e- sempio di Ping Bodie, nato F r a n c e s c o P e z z o l o , un nome che i giornalisti sosti- tuirono rapidamente con un soprannome che suonava più facile e, ai loro occhi, più divertente. Ma il cambia- m e n t o r i v e l a a n c h e c o m e funzionava la vita pubblica a l l ' e p o c a : l ' a c c e t t a z i o n e spesso dipendeva dall'appa- rire meno stranieri, soprat- tutto in uno sport seguito da un pubblico nazionale. I gio- catori italiani dimostrarono la loro abilità, ma impararo- n o a n c h e q u a n t o f o s s e r o s t r e t t a m e n t e c o l l e g a t i immagine e opportunità. Verso la fine degli anni '30, iniziò ad emergere un diverso tipo di accoglienza, in gran parte incentrata su Joe DiMaggio. Cresciuto a San Francisco in una fami- glia di pescatori siciliani, DiMaggio entrò nel baseball professionistico portando con sé sia uno straordinario talento sia un background s i m i l e a q u e l l o d i m o l t e famiglie di immigrati. Gior- nali e riviste lo descrivevano con ammirazione, presen- tandolo come disciplinato, modesto e affidabile; questo e r a f o n d a m e n t a l e p e r c h é a s s o c i a v a g l i i t a l i a n i a u n ' i m m a g i n e d i f i d u c i a e cordialità. Ora, l'importanza di questo momento, per una minoranza ancora social- mente influenzata dai soliti stereotipi negativi associati agli immigrati, non ha biso- gno di essere spiegata. Personaggi come DiMag- gio riuscirono, in altre paro- le, a trascendere l'ambito sportivo ed entrare in quello della socialità e dell'inte- grazione: il baseball diven- n e a l l o s t e s s o t e m p o u n momento di ritrovo familia- re, con i parenti che ascolta- vano insieme la partita alla radio, e di "appartenenza" alla nuova Madrepatria, gra- zie al fascino tutto america- no di questo sport. Gradualmente, il legame si approfondì, soprattutto quando gli italoamericani iniziarono ad apparire non s o l o c o m e g i o c a t o r i , m a anche come manager, alle- natori e dirigenti, un cam- biamento che rispecchiava la più ampia mobilità sociale della comunità. Ecco perché gli storici di questo sport affermano che il baseball, per molti versi, ha seguito la più ampia esperienza italo- americana: scetticismo ini- ziale, poi visibilità attraverso i risultati, e infine familia- rità. In definitiva, quei mode- sti campi di quartiere spie- g a n o i l c a m b i a m e n t o p i ù c h i a r a m e n t e d i q u a l s i a s i grande stadio. I bambini che si riunivano lì non pensava- no all'assimilazione, né a come sarebbero stati perce- piti in un nuovo paese; ci andavano perché c'erano i loro amici, perché il pome- riggio era lungo e perché la partita era abbastanza coin- volgente da far loro dimenti- care, almeno per un po', le piccole esitazioni che carat- terizzavano la vita fuori dal quartiere. Eppure, fu pro- prio attraverso quei ripetuti pomeriggi che iniziarono a m u o v e r s i p i ù f a c i l m e n t e all'interno di una società che all'inizio sembrava distante e difficile da decifrare. Il baseball forniva un insieme di aspettative condivise, un linguaggio di gesti e risultati che non dipendeva dall'ac- cento, e il successo dipende- va da ciò che un giocatore sapeva fare in quel momento piuttosto che dalla prove- nienza della sua famiglia. Da questo punto di vista, il baseball non dissolveva le differenze, né rimuoveva le barriere che gli immigrati incontravano in altri ambiti della vita; tuttavia, offriva un contesto in cui una per- sona poteva essere ricono- sciuta per un'abilità ammi- rata dagli altri, e quel tipo di riconoscimento spesso viag- giava più velocemente del- l'accettazione sociale stessa. Un colpo al momento giusto, una stagione di successo o persino la reputazione di un buon giocatore locale pote- vano influenzare la risposta di vicini, insegnanti e datori di lavoro, e col tempo questi piccoli cambiamenti si accu- mularono. Molto prima che un consenso più ampio si manifestasse in altri ambiti, il campo da baseball permise agli italoamericani di occu- p a r e u n p o s t o v i s i b i l e e rispettato nella vita pubbli- ca, ampliando gradualmen- te, quasi senza preavviso, il senso di appartenenza alla storia nazionale. G i o c a r e p e r p i ù d i u n p u n t o : g l i italoamericani e il baseball Francesco Pezzolo, meglio conosciuto come Ping Bodie (By Bain - Library of Congress. https://commons. wikimedia.org/. Public Domain); in basso a destra, una carta da collezione di Ed Abbaticchio, un'altra icona del baseball italoamericano (https://commons.wikimedia.org/. Public Domain)

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