L'Italo-Americano

italoamericano-digital-4-30-2026

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A L o s A n g e l e s , dove le distanze r i d i s e g n a n o o g n i g i o r n o i l modo di vivere lo spazio, parlare di "rigene- razione" assume un signifi- cato particolare ma che resta in linea con il concetto alla base dell'Italian Design Day: partire dall'ascolto del terri- t o r i o e d e l l e c o m u n i t à . È proprio da qui che ha preso forma il dialogo tra Damiano G u l l ì , c u r a t o r e p e r l ' a r t e contemporanea e il public program della Triennale di Milano, e la giornalista e autrice Frances Anderton, in occasione dell'Italian Design Day 2026 che si è svolto a West Hollywood lo scorso 23 aprile. Promosso dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internaziona- le, l'Italian Design Day è una p i a t t a f o r m a g l o b a l e c h e coinvolge ogni anno oltre 100 città nel mondo. Dopo il t e m a d e l l o s c o r s o a n n o , "Disuguaglianze – Progetta- re per una vita migliore", a n c h e l ' e d i z i o n e a t t u a l e resta nel segno della sosteni- bilità: "Re-Design. Rigenera- re spazi, oggetti, idee, rela- z i o n i " . « R i p r o g e t t a r e significa confrontarsi con la sostenibilità e con un diver- so modo di guardare al desi- gn e all'architettura, dove contesto e comunità sono interconnessi e dove anche la circolazione delle idee e dei progetti diventa parte integrante del processo», ci spiega Gullì. Il tema di quest'anno attraversa oggetti, archi- tetture e comunità. Che esempi ci può fare per ogni ambito? « P e r g l i o g g e t t i p o s s o citare il designer Martino Gamper, che nel 2006 ha realizzato 100 Chairs in 100 D a y s : u n p r o g e t t o i n c u i recuperava sedie o parti di sedie dai mercatini, smon- tandole e riassemblandole. N e s o n o n a t e c e n t o s e d i e d i v e r s e , c e n t o p o s s i b i l i t à progettuali. Questo approc- cio, a metà tra artigianato, arte e industria, è qualcosa che Gamper ha continuato a sviluppare. In progetti suc- c e s s i v i , c o m e S i t z u n g , l e sedie diventano anche stru- menti di relazione: il pubbli- c o p u ò u s a r l e , s p o s t a r l e , ridefinire lo spazio. L'oggetto non è più solo da guardare, ma diventa attivo e contri- buisce a trasformare lo spa- zio espositivo in uno spazio sociale dinamico, continua- mente riconfigurabile». E nell'ambito legato a l l ' a r c h i t e t t u r a e a l l a progettazione condivisa? «Posso citare il lavoro del collettivo di architetti Oriz- zontale, che parte sempre dall'ascolto del territorio e delle comunità. Con base a Roma, intervengono sugli s p a z i a t t r a v e r s o p r o c e s s i partecipativi, coinvolgendo d i r e t t a m e n t e c h i l i v i v e e lavorando sui beni comuni urbani. È un approccio fon- damentale, perché uno dei rischi della rigenerazione urbana è progettare senza considerare davvero gli uten- ti finali. Allo stesso tempo, il loro lavoro mette anche alla prova i limiti del processo di creazione architettonica, tra- sformando il progetto in un campo di sperimentazione c o n d i v i s o . P r o g e t t i c o m e Civico Civico, realizzato nel 2020 a Riesi, in provincia di Caltanissetta in uno spazio c o n f i s c a t o a l l a m a f i a , mostrano come il dialogo con la comunità possa tra- sformare un luogo in uno s p a z i o c o n d i v i s o e v i t a l e . Inoltre, il nome stesso del collettivo riflette un cambia- m e n t o p i ù a m p i o : o g g i s i lavora sempre più in modo orizzontale, superando la figura del singolo "architet- to-star" per favorire processi collettivi e interdisciplinari». Per quello legato alla comunità? «Il terzo esempio è legato all'artista italo-brasiliana Giulia Mangoni, che lavora tra arte, artigianato e comu- nità. Dopo essersi formata a Londra, ha scelto di vivere a Isola del Liri, in Ciociaria, dove ha sviluppato una pra- tica profondamente legata al t e r r i t o r i o . L e s u e o p e r e nascono dal dialogo con arti- giani locali e spesso incorpo- rano materiali e tecniche tra- dizionali: cesti intrecciati, oggetti realizzati con materie prime del luogo, elementi che diventano parte inte - grante delle opere. Ma il suo lavoro va anche oltre, perché si confronta con le diverse "intelligenze" del territorio — dall'artigianato all'alleva- mento, dall'agronomia alla memoria storica — metten- dole in relazione con la prati- ca artistica. In questo modo, l'arte diventa uno strumento per raccontare e valorizzare un territorio, ma anche per riattivarlo, creando nuove connessioni tra comunità, saperi locali e pratiche con- temporanee». Come si può passare da una scala locale a una più ampia, globale? «Le pratiche locali posso- n o d i v e n t a r e m o d e l l i p i ù a m p i . C o m e s o s t e n e v a Andrea Branzi, il design vive di una tensione continua tra produzione industriale e pra- tiche off series, cioè tutto ciò che è sperimentale, artigia- nale, non standardizzato. Non sono mondi separati o in conflitto, ma sistemi che si alimentano a vicenda in m o d o d i n a m i c o . Q u e s t a relazione riguarda anche la circolazione delle idee: ciò che nasce in contesti locali può entrare in un sistema più ampio di scambio cultu- rale e progettuale. In questo movimento si costruisce una parte importante del design contemporaneo». Questo approccio fun- ziona anche in una città come Los Angeles dove s i t e n d e a d e m o l i r e e ricostruire piuttosto che riutilizzare? « L e s c a l e s o n o c h i a r a - m e n t e d i v e r s e , e q u e s t o cambia molto il modo in cui si lavora. Los Angeles, per esempio, ha una geografia e u n a d i s p e r s i o n e u r b a n a completamente differenti rispetto al contesto europeo o italiano. Ogni luogo ha le sue caratteristiche specifi- che, quindi non si può appli- care un modello in modo diretto o meccanico. Bisogna sempre leggere le dinamiche sociali, economiche, cultura- l i d i u n p o s t o . I n q u e s t o senso penso per esempio al l a v o r o d i T h e a s t e r G a t e s n e g l i S t a t i U n i t i . I l s u o approccio non riguarda solo la rigenerazione urbana, ma la costruzione di veri e pro- p r i e c o s i s t e m i c u l t u r a l i : spazi in cui arte, musica, architettura e comunità con- vivono e si attivano recipro- camente». Lei si occupa anche di p u b l i c p r o g r a m . C h e r u o l o h a i l d e s i g n i n questo contesto? « I l p u b l i c p r o g r a m è d i v e n t a t o n e g l i a n n i u n o strumento sempre più cen- t r a l e p e r n o i . D a u n l a t o serve ad accompagnare le mostre, quindi è uno spazio d i a p p r o f o n d i m e n t o c h e mette in dialogo curatori, artisti, architetti, designer e p u b b l i c o . D a l l ' a l t r o l a t o p e r ò è a n c h e u n o s p a z i o autonomo, che ci permette di affrontare temi più ampi d e l l a c o n t e m p o r a n e i t à , come l'abitare, la città, la memoria e gli archivi. In questo senso, anche l'archi- vio non è qualcosa di stati- c o , m a u n a m a t e r i a v i v a , capace di generare nuove letture e nuove connessioni. Un aspetto che oggi è diven- tato fondamentale è anche il m o d o i n c u i p e n s i a m o i l pubblico. Non esiste più un pubblico unico e omogeneo. Esistono pubblici diversi, con esigenze, sensibilità e modalità di accesso diffe- renti. Questo cambia com- pletamente il modo di pro- gettare i programmi». Q u a n d o s i p a r l a d i spazi accessibili, cosa si intende concretamente? «L'accessibilità è prima di tutto fisica ma è anche cognitiva. Vuol dire rendere i contenuti comprensibili senza banalizzarli, lavoran- do sul linguaggio, sui testi, sul modo in cui si comunica. Anche dettagli apparente- m e n t e m i n i m i , c o m e i l c a r a t t e r e t i p o g r a f i c o o i l contrasto dei colori nelle didascalie, fanno una gran- de differenza. Un esempio particolarmente significati- vo è il progetto Dance Well, d e d i c a t o , a n c h e s e n o n esclusivamente, a persone con Parkinson. Attraverso la danza, i partecipanti vivono gli spazi della Triennale in modo attivo, riapproprian- dosi del corpo e del movi- m e n t o . È u n ' e s p e r i e n z a m o l t o f o r t e , c h e m o s t r a come il design e la program- mazione culturale possano diventare strumenti concreti d i i n c l u s i o n e . I n q u e s t o senso, rendere accessibili i contenuti significa davvero aprire gli spazi culturali a tutti» Italian Design Day 2026: ripensare il mondo partendo dall'esistente 17 GIOVEDÌ 30 APRILE 2026 www.italoamericano.org L'Italo-Americano IN ITALIANO | Da sinistra, Damiano Gullì con la Console Generale a Los Angeles, Raffaella Valentini, e Frances Anderton (Photo cour- tesy of Damiano Gullì) LA COMUNITÀ DI LOS ANGELES

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