L'Italo-Americano

italoamericano-digital-7-9-2026

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www.italoamericano.org 11 L'Italo-Americano IN ITALIANO | GIOVEDÌ 9 LUGLIO 2026 C 'è un suono par- ticolare che un tempo riempiva certi borghi col- linari italiani e che è quasi del tutto scom- parso: il tintinnio di un mar- t e l l o s u l r a m e , c o l p i t o migliaia di volte finché un disco di metallo piatto non si gonfiava lentamente fino a diventare una pentola o una padella. Nel piccolo borgo di Force, nelle Marche, sulle verdi colline dei Monti Sibil- lini, quel suono un tempo era il battito del cuore del luogo: lo chiamavano, e lo chiamano ancora, il borgo del rame, e sebbene le botte- g h e s i a n o s c o m p a r s e d a tempo, il paese ha deciso che i suoi calderai meritano di essere ricordati. Force sorge a circa 680 metri di altitudine, su uno sperone di terra dove si divi- dono le valli dei fiumi Aso e Tesino, e il suo stesso nome sembra derivare da quella geografia, ovvero da "forca", la biforcazione, per la posi- zione del paese all'incrocio delle due vie. Le persone tro- varono rifugio su questa col- lina già nel V secolo, durante g l i a n n i t u r b o l e n t i d e l l e invasioni barbariche, quan- do un'altura difendibile vale- va più di un terreno fertile. O g g i v i a b i t a n o c i r c a u n migliaio di persone, in un ordinato borgo medievale di vicoli in pietra e torri d'in- gresso, una delle quali con- serva ancora il curioso stem- ma della città, due catene incrociate a formare una X, la croce di Sant'Andrea. Il rame arrivò più tardi, e n e s s u n o s a c o n c e r t e z z a come. Una leggenda attri- buisce l'origine ai monaci d e l l a g r a n d e a b b a z i a d i Farfa, che possedevano terre in queste zone e potrebbero aver introdotto l'arte della lavorazione; un'altra, più fantasiosa, la fa risalire a gruppi di Rom che si stabili- rono nel territorio e lavora- rono il metallo come aveva- no sempre fatto. Qualunque sia la verità, nel XIX secolo il commercio del rame aveva reso Force famosa a livello locale, e i numeri spiegano il perché: un'indagine del 1892 contava ventotto botteghe di ramai in città, che impiega- v a n o s e s s a n t a s e i u o m i n i , t u t t i i n t e n t i a l a v o r a r e i l rame proveniente dalle fon- d e r i e s i t u a t e n e l l a v a l l e dell'Aso. In un luogo così piccolo, è facile capire per- ché il rame fosse il motore dell'economia. Ciò che i ramai produce- vano erano soprattutto gli umili utensili da cucina di una fattoria, come calderoni e pentole, secchi e misurini, i grandi recipienti di rame in c u i l e f a m i g l i e u n t e m p o cucinavano e conservavano il cibo. Ma il loro capolavoro, l'oggetto che li rendeva indi- spensabili, era uno strano e b e l l i s s i m o m a r c h i n g e g n o chiamato nel dialetto locale tamburla: un alambicco di rame, tutto curve e tubi a spirale, costruito per distilla- r e i l v i n o e p r o d u r r e mistrà, il liquore all'anice tanto amato nelle Marche. Nel XVIII secolo, si diceva che i ramai di Force fossero gli unici artigiani in tutta la zona a saper costruire un boccale di rame, e un conta- dino che volesse trasformare il suo vino in qualcosa di più f o r t e d o v e v a r i v o l g e r s i a loro. Ma i ramai di Force non si l i m i t a v a n o a f a b b r i c a r e oggetti: erano spesso ambu- lanti, uomini itineranti che p o r t a v a n o c o n s é i l o r o attrezzi e la loro merce di vil- laggio in villaggio e di valle in valle, riparando e venden- d o l u n g o i l p e r c o r s o . P e r proteggere i segreti del loro mestiere, inventarono un l i n g u a g g i o p r i v a t o d a l nome suggestivo, il bacca- gliamento forcese, da un verbo dialettale che significa fare baccano, parlato solo tra coloro che commerciavano rame. Si trattava, in sostan- za, di un codice che permet- teva al ramaio di contrattare, avvertire o spettegolare in un mercato affollato senza che il cliente capisse una parola. Alcuni frammenti soprav- vivono in vecchi elenchi, ed è una delizia: in baccaglia- m e n t o , l e s c a r p e e r a n o l i fancose, il vino era lu frizzu, il pane era lu réfë, la bocca era la morfa, le mani erano l e v r a n c o s e , i l c a v a l l o l u straburtu, il cane lu martel- liscu. Alcune parole, se le si capovolge, rivelano il loro significato: li fancose, quelli fangosi, per scarpe perenne- mente incrostate nel fango della strada; lu frizzu per un vino leggermente frizzante; l u m a r t e l l i s c u , i l p i c c o l o martellino, per un cane che non smette di abbaiare. Altre sono più strane e si pensa che portino una traccia di rom, un ultimo eco di chi per primo portò il fuoco e l'incu- dine su per la collina. Nessu- no parla più baccagliamento; è morto con il mestiere che doveva proteggere. Un'intera lingua che esisteva affinché u n a m a n c i a t a d i u o m i n i potesse guadagnarsi da vive- re, scomparsa nel momento in cui il lavoro è finito. Perché il mestiere è finito. La pentola di latta e la padel- la di alluminio, la fabbrica e il supermercato, fecero ai ramai quello che fecero ai ramai di ogni villaggio, e una dopo l'altra le botteghe chiu- sero. Ma Force si è rifiutata di lasciare che la memoria arrugginisse, e nelle volte s o t t e r r a n e e d i P a l a z z o Canestrari, nel cuore del centro storico, la comunità ha aperto un il Museo dei Ramai, raccogliendo pento- l e , m i s u r i n i e s c i n t i l l a n t i tamburla che un tempo le mani del paese creavano, insieme agli strumenti che li modellavano. Ora fa parte dell'associazione italiana dei piccoli musei, quel tipo di collezione modesta e sentita che un luogo allestisce non per i turisti ma per se stesso, affinché i nipoti sappiano cosa facevano i nonni. E in certi giorni il museo f a q u a l c o s a d i a n c o r a meglio: accende un'officina e p e r m e t t e a l v i s i t a t o r e d i impugnare il martello, senti- r e i l r a m e c e d e r e s o t t o i l c o l p o e c o m p r e n d e r e n e i muscoli ciò che mille registri non potrebbero mai spiega- re. A Force c'è molto di più da vedere oltre al rame: la splendida Collegiata di San Paolo, che un tempo custodi- va una grande pala d'altare del pittore Cola dell'Amatri- c e , o r a f r a m m e n t a t a e dispersa fino alle gallerie vaticane e, incredibilmente, in un museo del Kansas; la chiesa e il campanile di San Francesco; la singolare vil- letta che un architetto italia- no, che aveva fatto fortuna i n E g i t t o , c o s t r u ì a p p e n a fuori dalle mura negli anni '30. Ma è il rame che dà il nome e l'anima alla città: percorrete uno di quei ripidi vicoli in pietra in un pome- riggio d'estate e il vecchio suono sembra tornare... il martellare paziente e riso- nante che un tempo faceva cantare un intero villaggio. F o r c e , i l b o r g o d e l r a m e , e l a l i n g u a ormai scomparsa dei suoi calderai GRAND TOUR VIAGGI ITINERARI TERRITORIO Un ramaio al lavoro tra pentole, alambicchi e utensili in rame, simboli della tradizione artigianale che per secoli ha carat- terizzato il borgo di Force (Image generated using Adobe Illustrator AI)

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