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15 GIOVEDÌ 9 LUGLIO 2026 www.italoamericano.org L'Italo-Americano IN ITALIANO | T u t t o c o m i n c i a , t r a t u t t i i p o s t i possibili, in un f o s s o . L u n g o i ruscelli e i bordi dei campi della Sicilia cresce l'alta canna selvatica che i botanici chiamano Arundo donax e tutti gli altri chia- m a n o s e m p l i c e m e n t e canna, la canna gigante che recinta giardini e tetti di paglia in tutto il Mediterra- neo da prima che qualcuno potesse contare. Per realiz- zare il piccolo flauto dell'iso- la, il friscalettu, un artigia- n o e s c e n e l c u o r e dell'inverno, tra novembre e marzo, e taglia la sua canna preferita nelle notti di luna calante, quando l'antica sag- gezza contadina sostiene che la linfa si è abbassata e il l e g n o n o n m a r c i s c e . P o i aspetta. Le ance tagliate vengono messe da parte per stagiona- re fino a due anni prima che un singolo foro venga fatto, p e r c h é u n f l a u t o f a t t o i n fretta si spezzerà, e un flauto fatto con un'ancia tagliata a luna, opportunamente sta- gionato, canterà per tutta la vita. Ciò che l'artigiano ricava da quell'ancia è una cosa piuttosto modesta a vedersi: un cilindro di canna dritto non molto più lungo della mano di un uomo, chiuso in cima con un piccolo tappo di legno in modo che, soffiato all'estremità, suoni come suona un flauto dolce, dolce- mente, sospirato e brillante. Lungo la sua lunghezza cor- rono i fori per le dita – sette sul davanti e, caratteristica- mente, altri due sotto per i pollici, nove in tutto – e, coprendoli e scoprendoli, il suonatore coglie la melodia. C'è però un problema: un singolo friscalettu suona in una sola tonalità, quindi un v e r o s u o n a t o r e , c o m e u n a r m o n i c i s t a , n e p o r t a u n intero fascio, flauti di diver- se lunghezze per canzoni diverse, e tira fuori quello giusto come un falegname cerca lo scalpello giusto. Lo strumento è vecchio, quasi inimmaginabile. Se pensiamo che flauti di que- sto tipo compaiono nell'arte s i c i l i a n a g i à n e l V s e c o l o avanti Cristo, ai tempi dei Sicelioti, i Greci che si sta- bilirono nell'isola e vi lascia- rono i loro templi, i loro tea- tri e, si narra, le zampogne dei pastori. Molto probabil- m e n t e f u r o n o i p a s t o r i greci a portare per primi il flauto di canna in Sicilia, che per duemila anni e mezzo rimase esattamente dove lo avevano lasciato: nelle mani dei pastori. Fuori, sulle col- l i n e e s t i v e c o n i l g r e g g e , durante le lunghe ore silen- ziose e soleggiate, un uomo ha bisogno di qualcosa da fare con il suo respiro e le sue dita, e il friscalettu è stata la risposta, un compa- gno abbastanza piccolo da poter infilare in una tasca, abbastanza economico da permettere a un ragazzo di intagliare il suo, e capace di trasformare la solitudine in musica. M a i l f l a u t o e b b e u n a seconda vita, ed è questa quella che i siciliani ricorda- no con più affetto, perché entrava in casa e arrivava la festa: finito il lavoro e inizia- va la festa, il friscalettu gui- dava le danze. Soprattutto, è la voce della tarantella, la vorticosa danza del sud, la sua melodia veloce e brillan- te che salta sopra il battito costante del tamburello, che suona quasi sempre sotto. Intorno ad essi si è radunato il resto dell'antica banda siciliana: il marranzano, l'arpa che fa vibrare il suo unico bordone ipnotico; a volte una chitarra, a volte u n a f i s a r m o n i c a ; e v o c i , sempre voci. In quella com- pagnia c'è sempre il frisca- lettu a portare la melodia, g u i z z a n d o e o r n a n d o i l ritmo come una rondine sul- l'aia. Anche i suoi nomi dicono quanto sia profondo sia il legame nella parlata isolana, se è vero che, a seconda del paese in cui ci si trova, lo stesso flauto è un friscalettu o un friscaletto, un frautu, un fischiettu, un frischiettu, perfino un faraùtu, un pic- colo groviglio di parole dia- l e t t a l i c h e r u o t a n o t u t t e i n t o r n o a l l a s t e s s a i d e a , quella alla radice dell'italia- no fischiare. Ecco perché tenere in mano un friscalet- tu è un po' come tenere in m a n o u n f i s c h i e t t o c h e cento generazioni di siciliani hanno conosciuto con cento nomi affettuosi. P e r u n p o ' , a m e t à d e l secolo scorso, sembrò che il flauto potesse tacere insie- me al mondo dei pastori che lo aveva realizzato. Soprat- tutto negli anni del dopo- guerra, i pascoli si svuotaro- no, i giovani partirono per le città e per l'America, e la r a d i o e i d i s c h i o f f r i r o n o musica che non chiedeva nulla alle mani. Ma il frisca- lettu si è dimostrato testar- do, come tendono ad essere le cose siciliane, e c'è ancora una manciata di liutai dedi- cati, liutai a Catania e din- torni, ai piedi dell'Etna che t a g l i a n o a n c o r a l e a n c e lunari e producono flauti a mano. È abbastanza inco- r a g g i a n t e c h e s i p o s s a n o ancora trovare adolescenti che vogliano imparare, alcu- ni dei quali iniziano a quin- dici anni. I gruppi folk revi- val hanno riportato il flauto ad ancia sul palco, dove la sua dolcezza antica e sem- p l i c e a c c a n t o n a i n m o d o netto qualsiasi cosa elettrica. In fondo è proprio questa la meraviglia del friscalettu, che in così poco può vivere t a n t o . U n p e z z o c a v o d i canna da fosso, tagliato al chiaro di luna ed essiccato per due inverni, ha ancora la stessa voce che un tempo t e n e v a c o m p a g n i a a u n pastore greco su una collina siciliana, e può ancora, nella giusta notte d'estate, far bal- lare un'intera piazza. SOCIETÀ & CULTURA PERSONAGGI TERRITORIO TRADIZIONI Tagliato al chiaro di luna: la storia del flauto d'ancia siciliano, il friscaletto Alcuni friscaletti, i tradizionali flauti di canna della Sicilia, ancora oggi simbolo di una delle più antiche tradizioni musicali popolari dell'isola (Image generated using Adobe Illustrator AI)
