L'Italo-Americano

italoamericano-digital-7-9-2026

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25 GIOVEDÌ 9 LUGLIO 2026 www.italoamericano.org L'Italo-Americano IN ITALIANO | HERITAGE MEMORIA IDENTITÀ STORIA RADICI N elle Marche meridionali, tra le colline d e l P i c e n o e del Fermano e fino ai Monti Sibillini, esiste un liquore limpido e deciso che la maggior parte degli i t a l i a n i a l d i f u o r i d e l l a regione non ha mai assag- giato: il mistrà, un distilla- to di anice così secco da far sembrare la sambuca uno sciroppo. È il membro più austero di una famiglia di liquori dolci, bevuto soprat- t u t t o n e l c a f f è c o r r e t t o , a n c h e s e m o l t i l o b e v o n o liscio dopo un pasto abbon- dante, e alcuni lo diluiscono ancora con acqua fredda e lo osservano intorbidirsi nel bicchiere, come fanno i greci con l'ouzo e i francesi del sud con il pastis. Con una gradazione alcolica di circa 42 gradi, non è certo una bevanda leggera. Il nome è ciò che rende tutto curioso, perché nessu- no nelle Marche è d'accordo sul suo significato. Chiedete a un distillatore casalingo e vi risponderà con una scrol- lata di spalle, dicendo che si tratta di un'antica parola dialettale il cui significato è semplicemente andato per- duto. Aprendo un libro di storia, però, emerge una sto- ria più grandiosa: il mistrà sembra prendere il nome da Mystras, una città vicino all'antica Sparta che fu sotto il dominio della Repubblica di Venezia tra il 1687 e il 1715, dove i marinai venezia- ni assaggiarono per la prima volta l'ouzo greco, lo por- tarono a casa e lo battezza- rono con il nome della città che avevano conquistato. Per un certo periodo fu il liquore della Serenissima; poi il dominio austriaco e francese lo fece cadere in disuso in Veneto, e si diffuse v e r s o s u d , l u n g o l e r o t t e commerciali, fino alle Mar- che adriatiche, motivo per cui gli abitanti più anziani di quelle zone a volte lo chia- mano ancora "il liquore dei marinai". Ciò che le Marche fecero fu di farlo proprio: mentre i Greci distillavano dal grano, i contadini locali usarono ciò che avevano, il vino, tra- sformando il surplus in un alcol trasparente e unendolo al profumato anice verde che cresce intorno a Castignano, nel Piceno. Tanto per la cro- naca, questa varietà di anice è c o s ì s p e c i a l e d a e s s e r s i guadagnata un proprio pre- sidio Slow Food. Sia chiaro, l'anice è l'anima stessa di questa bevanda: la sua cugi- na più delicata, l'anisetta r e s a f a m o s a d a S i l v i o Meletti ad Ascoli a partire dal 1870, esalta la dolcezza dello stesso fiore; il mistrà, invece, la trasforma in qual- cosa di profumato, tonifican- te e secco. Curiosamente, e per gran p a r t e d e l l a s u a s t o r i a , i l mistrà non veniva acquista- to, ma prodotto in casa, ai m a r g i n i d e l l a l e g a l i t à . I l motivo era semplicissimo: c'era una tassa sui distillati e la risposta dei contadini era semplicemente quella di non dichiarare ciò che facevano. I ramai giravano per i villaggi costruendo gli alambicchi e, nelle notti d'inverno, i distil- latori andavano di casa in casa con l'alambicco sulle spalle, aiutando ogni fami- g l i a a t r a s f o r m a r e i l v i n o avanzato in qualcosa di più intenso. L'inverno era la sta- gione ideale: il freddo, dice- vano, favoriva la distillazio- ne. Ogni famiglia custodiva la propria ricetta e molte la custodiscono ancora oggi. Q u e l m o n d o n o n è d e l tutto scomparso, ed è pro- p r i o q u e s t o l ' a s p e t t o p i ù bello. A Petritoli, in provin- c i a d i F e r m o , u n g i o v a n e contadino di nome Nicola Roberti distilla mistrà nello s t e s s o a l a m b i c c o d i r a m e vecchio di cinquant'anni che suo nonno portava di porta i n p o r t a i n b i c i c l e t t a ( i l nonno, ora novantenne, ini- ziò a dodici anni), e ha dato alla sua piccola attività l'uni- co nome onesto che si possa dare: Distilleria Clande- s t i n a . V o g l i o d i r e , c o m e altro si potrebbe chiamarla? Produce forse quindici botti- glie alla volta... appena suffi- cienti per sé, per qualche amico e per un paio di risto- ranti sulle colline. Ma questa è l'essenza del mistrà: picco- l e p r o d u z i o n i , n e s s u n manuale di istruzioni, nes- s u n d i s c i p l i n a r e , n e s s u n metodo certificato; c'è un u o m o , u n a l a m b i c c o d i rame, l'anice, una ricetta tramandata e tanta tradizio- ne. Anche l'antica arte aveva i suoi segreti e le sue stranez- ze: ad esempio, la testa e la coda, ovvero la prima e l'ul- tima distillazione tossica, venivano un tempo strofina- te sulla pelle alla fine della giornata lavorativa, nella convinzione che rinfrescas- sero e rilassassero i muscoli stanchi. Non è certo un uso che qualcuno consiglierebbe oggi. E poi c'è l'altro mistrà, quello nella bottiglia elegan- te. Nel 1868, un erborista di nome Girolamo Varnelli, a Cupi di Visso, nei Monti Sibillini, iniziò a produrre questo distillato come rime- dio contro la malaria che affliggeva i pastori che con- d u c e v a n o l e l o r o g r e g g i v e r s o l a M a r e m m a . S u o f i g l i o A n t o n i o t r a s f e r ì l a distilleria a Pievebovigliana e perfezionò la ricetta rusti- ca, trasformandola in qual- cosa di raffinato: Varnelli, l'anice secco speciale, la bot- tiglia che ancora oggi porta il nome di queste colline nel mondo. Accanto ad esso, la casa romana Pallini esporta un mistrà sul mercato inter- n a z i o n a l e , e d a a l l o r a l e M a r c h e e i l L a z i o h a n n o ottenuto l'inserimento di questa bevanda nell'albo dei prodotti tradizionali italiani: un riconoscimento ufficiale, f i n a l m e n t e , p e r q u a l c o s a che ha trascorso gran parte della sua storia a nasconder- si dalle autorità. E qui attraversa l'oceano, perché l'anice è un sapore che forse conoscete molto bene: lo trovate nell'anice versato nel caffè di Natale, nelle pizzelle cotte su un buon ferro o nel profumo di liquirizia della cucina di una nonna a dicembre. Mistrà è l'antenato mon- tano e rude di tutto ciò, la versione artigianale e semi- segreta di un gusto che ha attraversato l'Atlantico in tanti bauli, nascosto in tanti ricordi. La maggior parte delle persone non troverà mai una bottiglia, dato che bisogna quasi conoscere una f a m i g l i a d e l P i c e n o p e r poterne ricevere un bicchie- r e , m a , a b e n p e n s a r c i , è proprio questo il suo punto: un distillato forte e limpido che non è mai stato pensato per essere venduto, ma solo prodotto, condiviso e versa- to – generosamente – nel caffè di qualcuno. Il liquore dei marinai: come un distillato greco è diventato un segreto marchigiano Dall'alambicco ai bicchieri serviti con acqua o caffè, il mistrà racconta una tradizione marchigiana che intreccia distil- lazione, convivialità e memoria del territorio (Image generated using Adobe Illustrator AI)

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