L'Italo-Americano

italoamericano-digital-7-9-2026

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29 GIOVEDÌ 9 LUGLIO 2026 www.italoamericano.org L'Italo-Americano IN ITALIANO | I n una sala del muni- c i p i o d i M o d e n a , custodito dietro una teca di vetro e tratta- to con la riverenza solitamente riservata alle reliquie dei santi, è appeso u n v e c c h i o s e c c h i o d i legno. Non è un oggetto di pregio, un semplice secchio di quercia, di quelli che un tempo attingevano acqua da un pozzo, e non è nemmeno più quello originale; l'auten- tico è custodito sotto chiave, e una copia pende dalla torre della Ghirlandina. Eppure Modena ha custodito questo secchio per settecento anni, perché fu sottratto a Bolo- gna, e da queste parti una cosa presa da Bologna è una cosa che vale la pena conser- vare per sempre. Il secchio è il trofeo di una delle guerre più strane della storia europea, la Guerra della Secchia Rapita. Nel 1 3 2 5 , B o l o g n a g u e l f a e Modena ghibellina, già in lotta per il territorio e per l'infinita disputa tra papa e imperatore, si scontrarono a Zappolino, in Bolognese. Le forze in campo erano netta- m e n t e s b i l a n c i a t e : c i r c a t r e n t a d u e m i l a b o l o g n e s i contro forse settemila mode- nesi. E i modenesi vinsero, sbaragliando l'esercito più numeroso e costringendolo a ritirarsi dietro le mura di Bologna, con circa duemila morti tra i due schieramenti. Sulla via del ritorno, narra la leggenda, i vincitori presero un secchio da un pozzo fuori dalle mura della città e lo portarono via, ed è il sec- chio, non la battaglia, che Modena scelse di ricordare. Tre secoli dopo, un poeta modenese di nome A l e s - s a n d r o T a s s o n i r e s e immortale l'intera vicenda con il suo poema epico paro- distico La secchia rapita, pubblicato nel 1622, che rac- contava la storia della guerra n e l l o s t i l e g r a n d i o s o e tonante di Omero e Virgilio, impassibile e gloriosamente assurdo, come se due grandi civiltà avessero versato il loro sangue per l'onore di un secchio – il che, più o meno, accadde. La poesia divenne un classico del genere comi- co, in seguito persino un'o- pera lirica, e consacrò per s e m p r e i l s e c c h i o c o m e emblema di una verità che ogni italiano comprende fino in fondo: che le rivalità più accese raramente riguarda- no cose concrete come la terra o il denaro. Riguarda- no il campanilismo – let- teralmente, l'attaccamento al proprio campanile – la lealtà feroce, antica e quasi scherzosa che un italiano prova per la propria città contro quella vicina. L'Italia è un tessuto di q u e s t e l e a l t à , p e r c h é p e r lungo tempo non è stata un p a e s e , m a u n m o s a i c o d i città-stato che per secoli si sono combattute tra loro. L'unificazione è avvenuta s o l o n e l X I X s e c o l o , e h a mascherato, anziché cancel- lare, quelle antiche alleanze. Chiedete a molti italiani da dove vengono, e vi diranno la loro città, o persino il loro quartiere, molto prima di pensare di dire "Italia". E le rivalità che un tempo man- davano eserciti a Zappolino non sono morte; hanno sem- plicemente cambiato costu- me, scambiando la spada con i cori da stadio, i carri allegorici e le battute ben piazzate. Questo è particolarmente evidente sulla costa toscana, d o v e P i s a e L i v o r n o s i detestano, con affetto, da secoli. L'inimicizia ebbe ini- z i o a l l ' e p o c a d e i M e d i c i , quando Pisa era una fiera r e p u b b l i c a m a r i n a r a e i granduchi fiorentini trasfor- m a r o n o i l p i c c o l o b o r g o marinaro di Livorno in un grande porto. Gli un tempo potenti Pisani non hanno m a i p e r d o n a t o a l l a c i t t à c o s t i e r a , s o r t a i n s e g u i t o c o m e n u o v a p o t e n z a , d i essere stata superata, e le due città si scambiano insul- ti da generazioni. I Pisani dicono che il sogno di un pisano sia svegliarsi a mez- zogiorno, guardare il mare e non vedere più Livorno; i Livornesi rispondono che preferirebbero un lutto in f a m i g l i a a u n p i s a n o a l l a porta. Il più delle volte, la guerra si combatte esclusi- vamente a parole come que- s t e – a l b a r , a l m e r c a t o , nell'affettuoso disprezzo che ogni città trasmette ai propri figli – e solo di tanto in tanto sfocia in un campo da calcio quando le due squadre si incontrano. Ma spesso, per prendersi gioco di qualcuno, non serve nemmeno uno stadio, basta una rima. In Veneto, genera- z i o n i d i b a m b i n i h a n n o imparato una filastrocca che affibbia un'etichetta a cia- s c u n a c i t t à : i V e n e z i a n i grandi signori, i Padovani grandi studiosi, i Veronesi t u t t i m a t t i , i T r e v i g i a n i buoni per pane e trippa e, s o p r a t t u t t o , i v i c e n t i n i magnagati, "mangia-gatti". Il soprannome deriva da una vecchia e sinistra leggenda d e l l ' a n n o d e l l a p e s t e d e l 1 6 9 8 , q u a n d o s i d i c e c h e Venezia abbia inviato gatti a Vicenza per uccidere i topi, e si narra che i cuochi affamati abbiano ricambiato il favore a tavola. Nessuno a Vicenza ci crede, e tutti fuori città la ripetono; i vicentini sono da tempo stanchi di questa bat- tuta, ed è proprio per questo che i loro vicini non la lasce- ranno mai cadere. Altrove, le antiche faide si vestono di armature e sfilano, proprio come a Barletta, in Puglia, quando la città trascorre tre giorni all'anno a rievocare un duello del 1503 in cui tre- dici cavalieri italiani disar- cionarono tredici francesi per l'onore del bel paese, un rancore medievale tenuto vivo da trombe e costumi invece che da balestre. E quando agli italiani fini- scono le battaglie e i confini per cui combattere, si danno volentieri da fare per il cibo. La più deliziosa di queste faide riguarda il tiramisù, quel dolce a base di savoiar- d i i m b e v u t i d i c a f f è e mascarpone ormai amato in tutto il mondo. Il Veneto insiste che sia nato a Trevi- so, in un ristorante chiamato Alle Beccherie, alla fine degli anni '60; il vicino Friuli- Venezia Giulia insiste altret- tanto strenuamente sul fatto c h e f o s s e s e r v i t o p e r l a prima volta a Udine, e indica ricette che, a suo dire, sono anteriori alla rivendicazione di Treviso. Nel 2017, il Friuli è riuscito a far inserire il tiramisù nella sua lista uffi- ciale dei piatti regionali, e il V e n e t o h a r e a g i t o p i ù o meno come Bologna ha rea- gito alla perdita del suo sec- chio. E a proposito, anche il tortellino è oggetto di conte- sa: Bologna e Modena, le antiche nemiche della guer- ra del secchiello, si conten- dono ancora chi delle due (o il borgo di Castelfranco Emi- lia tra i due) abbia piegato per primo il tortellino, la p i c c o l a p a s t a a f o r m a d i ombelico che la leggenda fa risalire alla forma di Venere stessa. Sarebbe facile liquidare tutto questo a meschinità, e ogni tanto, in una partita di calcio finita male, si trasfor- ma in qualcosa di più brutto che nessuno dovrebbe difen- dere. Ma nella sua forma migliore, e di solito è così, il campanilismo è una delle cose più umane dell'Italia. È amore, in realtà, mascherato da lite: amore per un parti- colare panorama, un parti- colare dialetto, un particola- r e m o d o d i f a r e u n s u g o , d i f e s o c o n u n a p a s s i o n e sproporzionata rispetto alla posta in gioco, proprio per- ché la posta in gioco non è mai stata il punto. Un popo- lo che custodisce un secchio di legno per sette secoli non è certo un popolo a cui man- cano le cose a cui tenere, ha semplicemente deciso che vale la pena ricordare le pro- prie origini. Spesso con una battuta sempre pronta sulle labbra. La Guerra del Secchio Rubato e altre faide che l'Italia non vuole abbandonare La Guerra della Secchia Rapita del 1325 è diventata il simbolo della secolare rivalità tra Modena e Bologna, trasforman- do un episodio medievale in una delle leggende più celebri della storia italiana (Image generated using Adobe Illustrator AI) HERITAGE MEMORIA IDENTITÀ STORIA RADICI

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